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Appurata l'essenza e gli scopi della Tradizione, esaminiamone ora il fondamento, e avremo così l'esemplificazione anche visiva di quanto esposto. Ogni legge, perché sia assolutamente equa, deve rifarsi alla Giustizia, altrimenti è iniqua. Per quanto fin qui osservato, abbiamo visto che il Principio di Giustizia, sintetizzabile per comodità nella parola Dio, è quello che ha determinato il mondo naturale, nel quale, buon ultimo, è stato posto l'Uomo.
La Legge a cui quest'Uomo dovrà rifarsi sarà, quindi, inderogabilmente conforme ai principi che hanno determinato il preesistente: Cielo, Terra, minerali, vegetali, animali, che pure ne regolano l'esi stenza. Questi principi, ovviamente, tutti positivi, sono dieci, per l'esattezza nove più uno, in quanto il decimo costituisce la sintesi dei nove precedenti e li compenetra nella loro sinergica realizzazione. Si può pensare subito ai Dieci Comandamenti, e, di per sé, la cosa non sarebbe sbagliata; se non che tali comandamenti, come noi li conosciamo, sono equivoci, essendo stati degradati dalla loro formulazione originaria, per cui andrebbero reinterpretati. Inoltre, la loro presentazione convenzionale non aiuta visivamente a comprenderne la funzione.
Già il termine "comandamenti" è errato: nessuno, infatti, si è mai peritato di definire "comandamenti" i prescritti della legge umana, abitualmente definiti "articoli", immancabilmente identificati con un numero.
È addirittura con dei numeri che la Tradizione li definisce, i nove numeri primi, per cui non è improprio chiamarli, come noi faremo "principi": 1 l'Assoluto; 2 - la Sapienza; 3 - !'Intelligenza; 4 - la Misericordia; 5 - il Dovere; 6 - la Bellezza; 7 - la Vittoria: 8 - la Legge; 9 - il Fondamento; e 10 - il Regno, in cui si realizza la sintesi dei nove precedenti. Si vede subito che non è facile relazionare d'acchito questi principi con i comandamenti, i quali, molto platealmente, ti dicono: "fai questo" o "non fare quest'altro". Il raffronto è già una chiara esemplificazione della degradazione del messaggio spirituale originario, il quale prevede, dopo l'Assoluto, la Sapienza, che consente di penetrare la Conoscenza dell'essere, permettendogli di costruire giustamente il proprio futuro. "Fai questo" o "non far quello" lo capisce chiunque, senza sforzo e senza alcun esercizio intellettuale; ma se l'intelletto, come si è detto, è la qualità distintiva della specie, perché se ne prospetta, fin dalla definizione della Legge, lo scarso utilizzo, per non dire l'emarginazione?
La risposta è semplice: la degradazio ne della specie si basa sulla prevaricazione, sulla coercizione, per il dominio di pochi sui molti, possibilità che prospera nell'ignoranza. L'uomo non deve pensare, deve soltanto subire ciò che un potere fittizio e iniquo gl'impone.
La Tradizione si basa sulla libertà assoluta dell'Uomo, sulla non costrizione, sull'inalienabile e incoercibile signoria del libero arbitrio e dell'individuale volontà; l'uomo non deve subire, deve solo sapere da do ve viene, chi è e dove è destinato ad andare, e cosa può accadere di lui in relazione al proprio comportamento, ovvero quanto la sua morale, la sua etica possa allontanare o rendere prossimo il raggiungimento della meta. In tale consapevolezza sta poi a lui decidere se arrivare o meno alla meta il più presto possibile.
Ciò non prevede affatto l'intervento esterno di alcuno, tantomeno un qualunque intervento diretto o indiretto di Dio ... e se Dio non si permette d'intervenire sulle scelte dell'uomo, chi altro potrebbe mai permettersi di farlo? Que sta considerazione dovrebbe indurre la gente a riflettere sull'assoluta iniquità del sistema esistenziale attuale, in cui è costretta a vivere, e alla falsità d'ogni tipo di dottrina propagandata e imposta, che appare in netto contrasto con qualsiasi vero principio esistenziale.
La Tradizione ricorda all'individuo soltanto ciò che gli è stato originariamente consegnato: l'intelletto, e i nove strumenti per realizzare se stesso e lo scopo della sua vita. Nient'altro. La vita è paragonata a un albero, e la raffigurazione di questo "Albero della vita" è quanto mai chiara, precisa e congrua, a illustrazione di tutto quanto si è fin qui esposto. L'Albero della vita, più esattamente l' "Albero dei numeri", presenta i dieci principi disposti in un certo modo (lo schema è nell'illustrazione qui sotto); ci limiteremo, inizialmente, alla spiegazione delle sue caratteristiche essenziali.
Costituito da tre figure geometriche giustapposte, un quadrato centrale e due triangoli contrapposti sopra e sotto, esso si presenta con due punte, e, quindi, anche con due radici. A seconda di come lo si osserva, l'albero ha, infatti, la punta verso il basso o verso l'alto, e altrettanto la sua radice. Questo aspetto della raffigurazione è fondamentale alla comprensione dell'identità dei due mondi, quello spirituale, superiore, 'macrocosmo", e quello materiale, inferiore, "microcosmo", identità ripresa nell'assioma fondamentale della Tradizione, punto di partenza per ogni speculazione successiva, che recita: «Ciò che è in alto è come ciò che sta in basso e ciò che sta in basso è come ciò che sta in alto per la meraviglia della cosa unica». Si dovrà, però, osservare che l'origine della pianta è la radice, non già la punta. Ciò premesso, osserviamo "sulla carta" il percorso umano.
Tutto discende dal Principio assoluto, che sta in alto, il numero 1, l'origine (la radice) del tutto, che si manifesta nella Trinità, osservabile nel triangolo superiore, formato dai primi tre nu meri, 1, 2 e 3, relativi al mondo dello spirito. È da qui che l'uomo discende ed é, quindi, qui che deve ritornare. La sua discesa, erroneamente considerata una caduta, più esattamente una scelta, si effettua nel mondo della manifestazione, che si identifica nel quadrato centrale, composto dai numeri dal 2 al 7. In questa numerazione possiamo identificare i sei momenti dell'opera creativa del Principio, ovvero i sei giorni della creazione di quel mondo, nel quale viene ultimamente inserito l'uomo. E si dovrà osservare che i numeri 2 e 3 appartengono sia al superiore mondo divino, come all'inferiore mondo umano, costituendone il punto di contatto. È in questo "contatto" che si deve leggere la presenza del divino nel naturale e nell'umano e, quindi, la predisposizione della materia intelligente alla sua esperienza fisica, concepita come un ritorno all'essenza originaria. A questo punto, l'Uomo è nel mondo fisico, materia e spirito, e può scegliere di accondiscendere le influenze che nel proprio essere ha la materia, oppure quelle che ha lo spirito. La Sapienza, che gli ricorda l'origine e la destinazione, gli consente di fare la scelta più conveniente; l'ignoranza, quella più sconveniente e dannosa. Ma la Sapienza, perché possa tradursi in illuminazione intellettuale, deve essere perseguita in un certo modo, ovvero secondo le direttive, i numeri, i principi, giustamente conformati.
L' Uomo deve, quindi, pervenire alla Conoscenza della sua essenza, a quel "Conosci te stesso", che è il suo solo e unico scopo esistenziale. Per farlo deve continuare la propria discesa nell'intimo del proprio essere, rappresentato dal triangolo compreso nei numeri 7, 8 e 10. A questo punto, egli, non solo sa da dove viene e dove è destinato a ritornare, ma possiede anche l'intera Conoscenza della realtà in cui è stato proiettato, il mondo della manifestazione, dell'alterazione. Nella piena consapevolezza del tutto, egli può fare il confronto tra il mondo dal quale proviene e quello in cui si trova, nel quale deve dimostrare la propria dignità per il ritorno alla beata condizione originaria.
Da questo punto incomincia la sua risalita, che, dopo la presa di coscienza della realtà, lo conduce attraverso l' esperienza del definitivo rigetto della condizione materiale, a vantaggio di quella spirituale. Eccolo, quindi, ripercorrere il quadrato centrale dello schema dell' "Albero della vita" in senso inverso, compiuto il quale l'animo, alleggerito d'ogni orpello vincolante al materialismo, gli consente di spiccare il volo verso la visione di Dio, mentre è ancora in vita, in attesa di partecipare alla sua presenza spirituale, dopo il compimento del ciclo vitale nel mondo della manifestazione. Potremo vedere fin d'ora questi tre momenti della presa di coscienza e della risalita nell'illustrazione del viaggio iniziatico e catartico, proposto da Dante Alighieri nella sua Divina Comedia, attraverso l'Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. Questo percorso è detto "Iniziazione".
Chi non lo svolge per intero deve comunque sapere che contravviene deliberatamente, per propria scelta, ai princìpi che consentono I' immediato raggiungimento dello scopo della vita. Questo mancato svincolo dal mondo della materia, detto correttamente "risoluzione del karma', non perseguito in vita, lo condizionerà, dopo la morte fisica, alla permanenza in uno stadio intermedio tra il mondo fisico e quello spirituale, detto, per l' appunto, mondo "metafisico", ovvero della penitenza per non avere compiuto ciò che era "giusto" compiere, e avere, quindi, realizzato "ingiustizia". Appare così del tutto evidente che l' ingiustizia, in cui più semplicemente si configura il male, non appartiene al mondo divino, ma è soltanto una concrezione operata dall' uomo per un cattivo uso della propria volontà e del proprio libero arbitrio.
Da questa semplicissima considerazione appare del tutto evidente l' impossibilità, sostenuta in modo più o meno importante da alcune dottrine, di un duplice principio, benefico e malefico, alla condizione esistenziale assoluta, ivi compresa quella umana. Per contro, è comprovata non solo l' unicità del Principio assoluto, ma anche la sua infinita qualità benefica. Conseguenza di tale bontà "infinita" è la "finitezza", per sua stessa definizione, del mondo metafisico, ovvero il mondo penitenziale spirituale, dove si punisce l' errore umano. Proprio perché questo mondo è legato alla finitezza del mondo manifesto e all'erroneità umana, esso non potrà mai e poi mai vantare la condizione di "infinità", che unicamente è propria al mondo squisitamente spirituale della Bontà e dell'Amore. Ma se il mondo metafisico della penitenza (volgar mente detto Inferno e Purgatorio) è caratterizzato dalla finitezza, se ne deduce impossibile una concezione della dannazione eterna, che, per l'appunto, la Tradizione non ammette.
Quindi, un Dio d' infinita Bontà e Amore, quale quello inteso dalla Tradizione, che per definizione è "Principio di Giustizia", non può concepire in alcun modo che quella parte di sé, per definizione implicita in ogni anima umana, venga definitivamente ed eternamente condannata all'emarginazione infernale, come qualche dottrina non certo secondaria vorrebbe, in quanto finirebbe per condannare una parte di se stesso a quella medesima dannazione eterna; e che Dio condanni se stesso è del tutto inconcepibile.
Senza contare che, perdendo in modo definitivo anche la più infinitesimale parte di sé, il Dio in questione finirebbe per perdere la sua caratteristica principale che é,per l'appunto, l'infinità.
Trattandosi di un ragionamento assai semplice, viene da chiedersi perché l'intelletto individuale non ci arrivi più frequentemente da solo, ma si assoggetti passivamente, in una completa e rassegnata abdicazione della propria facoltà razionale, alle demagogiche imposizioni di chi gli suggerisce ciò che deve e ciò che non deve fare, senza, consentirgli di ragionarci sopra; anzi, impedendogli categoricamente di farlo, con l'ostentazione del dogma, opportunamente accompagnato dal ricatto morale della dannazione eterna.
Tutto ciò è estraneo alla Tradizione, che mai è possibile cogliere in contraddizione con se stessa o nella concezione dell' assurdo quale oggetto di fede: «credo quia absurdum» [Tertulliano]. La Tradizione, infatti, contempla la fede, ma solo come puntello, come presupposto a un ragionamento che consente alla ragione di elevarsi all'elaborazione di concetti meno elementari, ovvero pertinenti alla concezione degli stati superiori dell'essere. Per questo Dante la definisce come «fede che vince ogni errore» [Inferno, IV; 48].
La Tradizione vuole che l' Uomo "ragioni", faccia diventare attivo il proprio intelletto potenziale e, con esso, pervenga alla concezione della verità. Come si può osservare nell' "Albero della vita", dopo l' "Assoluto" viene la "Sapienza", senza la quale è impossibile percorrere le successive tappe del "sentiero", fino a realizzare il concreto e reale "Fondamento" sul quale poggia il "Regno", sia quello terreno, il "Paradiso terrestre" dell'esistenza manifesta, sia l'assoluto e definitivo Paradiso celeste.
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