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Il sentiero della Tradizione

 

Da quanto fin qui esposto nei precedenti articoli, si ha l'esempio di come la Tradizione e la dottrina che la supporta, forniscano sempre risposte concrete e precise, a differenza di chi, non avendo dette risposte, induce gli altri ad aver "fede" nell'impossibile e nell'inspiegabile.

Proprio per questo, con una definizione ambigua, ma alla quale non poteva sottrarsi, Dante Alighieri la definisce «fede che vince ogni errore» [Inf., IV; 48]. Dovendo allegoricamente ostentare la propria ortodossia cattolica, il sommo Poeta è costretto ad usare il termine "fede", ma subito si affretta ad aggiungere un sintagma chiarificatore, che il let tore attento, l'intelletto sano, non ha difficoltà a rilevare in contrasto con la concezione cattolica, convenzionale e corrente, anche ai tempi di Dante, della parola "fede".

Quale espressione dottrinale, il lemma, oggi, è spiegato, quale «adesione incondizionata a un fatto, a un'idea determinata da motivi non giustificabili per intero dalla ragione»; questa definizione è, pertanto, in evidente contrasto con l'eliminazione certa di ogni possibilità di errore, che si ha soltanto a ragion veduta e in relazione a presupposti inoppugnabili; concetto che l'uomo applica, del resto, ad ogni altra sua accezione culturale e materiale, ma che la Tradizione e la gnosi estendono appieno anche al mondo dello spirito.

A che servirebbe la mente umana, corredo essenziale della specie, avuto in consegna ancestralmente e prioritariamente, se non a capire le più profonde ragioni dell' esistenza!

Come una non trascurabile parte delle parole del nostro vocabolario corrente, anche il termine "fede" ha subito, col procedere del tempo e il mutare delle condizioni culturali della società umana, una sorta di degradazione significativa, per cui è in tal senso necessaria un poco di chiarezza. Le dottrine religiose imperanti nel globo hanno proposto, da un paio di millenni, un concetto di "fede" che escluda, proprio per definizione, l'intervento della ragione alla sua determinazione: poiché, per taluno, a certe cose sembra non essere dato alla mente umana pervenire, diventa necessario ammetterle ugualmente, poste come sono a premessa di ciò che è possibile constatare come esistente: il mondo esiste, per cui, non potendo dimostrare come ciò sia avvenuto, all'origine ci deve essere un Dio che lo ha creato, sul quale Dio, ciascuno può elaborare fantasiosamente la propria idea, visto che, se è impossibile argo mentare sulla sua opera, è a maggior ragione impossibile argomentare sul le sue generalità.

Da qui parte l' equivoco sulla "fede", che, come ognuno può ben vedere, prende le mosse da una presunzione d'ignoranza sulle considerazioni relative al dato in questione. Ne consegue che il "credere", azione con cui il fedele intende realizzare la propria fede, non viene più volto al concetto in sé, ovvero a tutto quanto concerne la sapienza di ciò che dovrebbe essere oggetto di quella fede, bensì alla persona che si arroga il compito di indirizzare in qualche modo il fedele a concezioni particolari, del tutto avulse, per il suddetto presupposto d'ignoranza, dalla realtà.

Di fatto, noi non crediamo più alla verità della dottrina, ma a coloro che ci propongono, illustrano, espongono e il più delle volte, impongono, quella certa dottrina, astenendoci da ogni considerazione sulla sua effettiva veridicità, e alla quale dovremmo riservare la nostra "adesione incondizionata".

Questo fatto presuppone un atteggiamento etico e morale inaccettabile per tutte quelle persone che tengono in una qualche considerazione la propria dignità umana. È evidente, oltre ogni ragionevole eccezione, che questo concetto della fede è addotto solo in funzione di farne uno strumento di discriminazione, di potere, di dominio e di vessazione all'interno della componente sociale umana, dividendola e ghettizzandola, invece, di unirla nell'eguaglianza e nella fratellanza.

La dottrina della Tradizione, che non contempla questo miserabile concetto dell'individualità e della società umana, pensa, invece, che tutti gli esseri viventi abbiamo la possibilità intrinseca di pervenire individualmente alla massima comprensione del vero, sollecitando quell'intelletto di cui sono stati originariamente dotati, e ritiene che questo sia il solo ed insostituibile strumento per la determinazione del cosiddetto "Paradiso terrestre", ovvero del sistema sociale fondato sulla giustizia, sull'eguaglianza, l'amore e la pace, effettivamente possibile nella dimensione del  finito e del transeunte.

Pertanto, la "fede", cui Dante fa riferimento, con la conseguente precisazione che la determina, consapevole che gli intelletti malati l'avrebbero intesa nell'accezione errata, è, in realtà, la fides latina, ovvero «sincerità, veracità, lealtà, credito, garanzia, tutela, protezione, sicurtà, assicurazione, certezza», il che è l'opposto di un'adesione incondizionata, poiché, essendo avulsa dal dogma, è basata sul fondamento nobile del Principio generante che, nell'obiettiva considerazione per le motivazioni razionali già esposte, può solo essere benefico, positivo, amorevole e benedicente.

 

Per questo e soltanto per questo essa può definirsi come una dottrina che, andando a fondo delle cose, con l'aiuto di una ragione illuminata, fornisce la garanzia di superare ogni possibile errore, arrivando alla risoluzione del la verità. In tal modo, essa apre gli occhi dell'uomo, affinché egli possa pervenire alla corretta visione dell' origine delle cose, il che è esattamente un' etica in antitesi con chi questi occhi li fa chiudere, esigendo una sorta di scriteriata fiducia su ciò che non è obiettivamente considerabile, e inducendo, per giunta, a convenire che si tratti della verità, minacciando, in caso contrario, tremendi, quanto assurdi castighi.

L' esoterista distingue ciò che è "tradi zionale" e ciò che è "convenzionale", definizioni che noi usiamo abitualmente per distinguere tutto ciò che si rifà alla verità assoluta della Tradizione da tutto ciò che, invece, è frutto dell'ignoranza di questa. Non sapen do cosa sia il «tutto ciò che ci è stato consegnato», né quale sia la "Legge" che suggerisce l'utilizzo di «tutto ciò che ci è stato consegnato», l'uomo ignorante, profano e disorientato, che ha comunque l'assoluta necessità di basarsi su qualche punto di riferimento per orientarsi nell'immensità dell'esistente in cui è immerso, arriva a determinare da sé qualche punto fermo, che non corrisponde affatto alla realtà dei punti fermi della sua esistenza.

Allo stesso modo in cui si conviene la fede dogmatica, questi presupposti arbitrari vengono, però, accettati, determinando la "convenzione". Un gruppo di uomini, di persone, di individui, senza alcun presupposto concreto ricavabile solo tramite la Conoscenza del vero, quindi, in perfetta ignoranza, detta delle leggi alle quali i componenti del gruppo convengono insulsamente di obbedire; poiché sono leggi che non hanno alcun senso, è evidente che, nel momento stesso in cui convengono di ottemperarvi, quegli stessi individui, che sanno benissimo essere queste leggi una burla, sono determinati a studiare ogni modo possibile per disobbedirvi, per di più senza grossi turbamenti morali, dal momento che queste leggi non hanno alcun riferimento con l'etica universale, la quale, essendo innata all'individuo, costituirebbe di per sé il deterrente alla trasgressione.

La concretezza del ragionamento svolto si comprova con la diversità delle leggi che governano da luogo a luogo la società umana. Partendo dal presupposto, del resto ampiamente quanto demagogicamente sbandierato in tutto il globo, della perfetta uguaglianza di tutti gli uomini, non si vede perché alcuni di essi obbediscano a determinate leggi, antitetiche o contrastanti con quelle che regolano la vita di tanti altri gruppi di uomini in luoghi diversi. Se gli uomini, come è vero, sono tutti uguali, le leggi fondamentali che li governano dovrebbero essere universalmente uguali, con, in primo luogo, le leggi morali relative alla loro condizione spirituale, ovvero quelle relative alle dottrine religiose. Uomini uguali non possono avere dottrine diverse, solo adducendo a giustificazione un totalmente male inteso ruolo della libertà; dottrine diverse significano "opinioni" diverse, quindi "errori" diversi, "convenzionalmente" accettati. Poiché la verità è unica, inalterabile e non opinabile, la coesistenza di tante dottrine difformi, che propongono tutte la verità e la salvezza, è un controsenso.

È evidente, per quanto detto in precedenza, che ci debba essere una dottrina universale che, oltre ad avere il massimo ri spetto per la dignità umana, sia identica e coerente alla fondamentale uguaglianza di tutti gli uomini, una dottrina che li ponga tutti su di un medesimo piano di giustizia, non imponga loro nulla di innaturale, e solleciti il grande requisito dell'intelletto a pervenire alla propria realizzazione, la quale equivale al raggiungimento della salvezza, indipendentemente da quale sia l'etichetta che si vuole accreditare al Principio supremo che governa l'esistente.

Questa, e soltanto questa, è la "fede" che l'uomo deve perseguire, in "solitudi ne" e in "buona volontà", senza che alcuno gli suggerisca ciò che debba o non debba fare, perché ciò è già stato a suo tempo sancito.

Questa, e soltanto questa, è la "fede che vince ogni errore", compreso quello marchiano e paradossale, di mischiare la sacralità dell'etica con il venale mercimonio.

Purtroppo, col tempo, tutti i concetti fondamentali della morale sono stati travisati, esasperati, degradati e compromessi. Chi ha gestito l'etica della convenzione, qualunque sia l'etichetta commerciale a essa attribuita, ha perseguito un unico scopo: quello del progressivo aggravamento dell'infermità mentale individuale; è quello che molto più volgarmente viene oggi definito il "plagio delle masse". Questa azione è estremamente subdo la, maliziosa e fraudolenta, in quanto attende uno scopo antitetico a quello apparente. La cultura di massa, infatti, cui tutti agognano, si basa su pro grammi di formazione precomposti e opportunamente indirizzati, secondo concetti utili al convenzionalismo.

Qui il discorso diventa lungo e complesso, ma quel che conta é il risultato finale, per il quale l'uomo "maturo" dovrà risultare inquadrato secondo certi schemi predefiniti, con l' illusione di essere libero, mentre invece ha completamente perduto, non soltanto la propria libertà, ma anche la propria individualità, diventando un microscopico elemento del sistema, che non avrà alcuno scrupolo a servirsi di lui nei modi più ignobili, vedi la guerra, sacrificando la sua esistenza fisica e morale senza alcuna pietà.

Queste considerazioni non sono fantasticherie, ma stanno sotto gli occhi di tutti, in quanto é proprio su di esse che é fondata la regola del così detto "vivere civile", al quale il sistema imperante, molto opportunisticamente, suggerisce non esserci alternativa alcuna.

Al contrario, le alternative ci sono.

La Tradizione é lì, presente, per chiunque si accorga di vivere in un mondo cieco, squilibrato, falso e destinato alla rovina. E' lì semplicemente a disposizione di chi voglia seguirla per salvare almeno se stesso.

La Tradizione non s'impone, non fa rivoluzioni, non obbliga, non plagia, non si vende e non compra, non si pubblicizza, non fa nulla di ciò che il mondo della convenzione contempla e di cui si serve, anche e soprattutto, in ambito morale.

La Tradizione semplice mente esiste, a dispetto di tutto, per ché gli "uomini di buona volontà" non siano mai nella condizione di trovarsi abbandonati a sé stessi, ma abbiano in ogni momento a loro disposizione la "fede che vince ogni errore".

 
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