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Nell’instaurare le basi di un nuovo genere di conversazione con un pubblico di lettori, quale questo periodico appuntamento editoriale si prefigge, pensiamo necessarie e doverose, al principio, alcune precisazioni. Poiché noi riteniamo qualunque frammento del tempo della nostra esistenza estremamente prezioso, abbiamo il massimo rispetto anche per quelli dell’esistenza altrui, e intendiamo quindi non farne perdere inutilmente a quelle persone che non abbiano i requisiti congrui ad affrontare le tematiche proposte, nel qual caso, il tempo a leggere delle cose, dalle quali non trarrebbero vantaggio alcuno, sarebbe sprecato, potendo esse magari impiegato in altre attività ritenute da costoro più remunerative.
Ciascun individuo possiede l’intelletto, che, al principio della vita, ha in dotazione determinate caratteristiche unicamente positive. L’esistenza sociale contribuisce poi a fornire a questo intelletto un infinito numero d’informazioni, che possono renderlo abile alla sua specifica funzione del pensare, del discernere e del giudicare, oppure possono inibirlo a tali prerogative. Trattasi di una funzione che abitualmente noi chiamiamo “educazione”. Questa educazione conforma in un certo modo l’intelletto, a seconda dell’impedenza che su di esso hanno la volontà e il libero arbitrio individuali. Una persona scarsa di volontà, che convenzionalmente si dice “debole di carattere”, sarà quindi più facilmente suggestionabile e non si opporrà a che il proprio libero arbitrio perda la libertà, soggiacendo alla volontà di altri liberi arbitri, nella illusoria convinzione di un’autonomia propria. Su questo concetto marcia inderogabilmente l’organizzazione sociale umana, il cui sforzo è d’impedire al maggior numero di soggetti possibile l’esercizio del proprio libero arbitrio, con l’iniezione di messaggi conformanti, la “comunicazione di massa”, che, col pretesto di fornire il maggior numero di scelte possibili, intende addurre “cervelli all’ammasso”, schiavi del pregiudizio.
È tuttavia confortante costatare che, nonostante il pesante e sempre più ossessivo lavoro di questi strumenti sociali, l’intelletto non abbia ancora perduto la facoltà di ribellarsi, concedendosi la salutare vacanza di un ragionamento libero da condizionamenti, nella valutazione delle varie opportunità offerte dalla vita. Un esercizio non da tutti, una vacanza esclusiva, dal momento che la libertà del cervello è equiparabile ad un lusso che non sono in molti a potersi concedere, e non per questioni di prezzo, ma solo per capacità individuale.
Qui sta il punto: coloro che non hanno la capacità di sgombrare il proprio cervello dagli orpelli del pregiudizio, che non hanno la forza di confrontarsi con se stessi, consentendo al giudizio di manifestare la propria dote peculiare, che chiamasi “equilibrio”, ebbene costoro perderanno il loro tempo in questa lettura, riservata agli “intelletti sani” disposti, per loro condizione, alla razionale valutazione di ogni opportunità.
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