Per familiarizzare con il nostro linguaggio
Conoscenza e cultura Stampa
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Facciamo precedere questa introduzione da alcune precisazioni da noi già riportate altrove, ma che riteniamo comunque indispensabili per coloro che si pongano piuttosto improvvidamente a questa lettura, ovvero senza quella totale conoscenza degli studi, esposti nella nostra ormai corposa biblioteca, che garantirebbe loro di capire certe nostre posizioni e i presupposti sulle quali si basano.

Come tutti i saggi della collana di studi dantiani, anche quanto relato agli articoli e discussioni del presente sito non sarebbe stato infatti accessibile senza quella Conoscenza assoluta delle cose alla quale a noi è stato possibile pervenire attraverso il magistero di Dante Alighieri. Allo scadere del ventesimo secolo, la lettura corretta della sua “Comedia” e dell’intera “opera omnia” ha dischiuso le porte ad una corrente sapienziale in quiescenza da secoli, più volte sfiorata, segretamente tenuta in vita da un ristrettissimo numero di persone, e finalmente accessibile (si fa per dire) a tutti gli “uomini di buona volontà”. Sta di fatto che la “buona volontà” è sempre stata e sempre sarà merce rara, per cui l’accesso a questo tipo di sapere continua, nonostante tutto, ad essere un privilegio, che poche persone sono in grado di permettersi, garantendosi peraltro, con ciò, la Conoscenza della Verità delle cose, anche le più apparentemente astruse.

La “Verità”, è argomento nodale anche del saggio in questione, che nelle sue caratteristiche generali si fonda sugli stessi princìpi, che stanno alla base di tutti i nostri studi e che costituiscono il “fondamento” della dottrina filosofica della Tradizione: ciò che “appare” non “è”, e ciò che “è” appartiene soltanto a chi “sa” distinguere la “apparenza” dalla “sostanza”; chi non è in grado di far ciò vive nell’apparenza, e la sua esistenza è soltanto illusione. Questo concetto si traduce in quella opposizione dei contrari, simili, ma antitetici, e quindi con significati diametralmente opposti, che sta pure alla base della concezione Tradizionale, e che successivamente è stata cristicamente ri-velata.

Va anzitutto precisato che, quello che abitualmente si chiama “sapere”, con il vero sapere non ha niente a che spartire. La cultura è un ammasso di nozioni, per lo più false, inesatte, strumentali e inutili, che l’uomo è indotto a ritenere per convenzione, pena l’esclusione da un contesto, dal quale pensa di non potersi permettere d’essere esiliato. In questo caso: beati gli esiliati, o, come dicono i “Vangeli”: “ve ne son degli ultimi che saranno i primi”; [“Luca”, 13; 30, e “Matteo”, 19; 30], perché: “chiunque s’innalzerà sarà abbassato e chiunque s’abbasserà sarà innalzato” [“Matteo”, 23; 12].

Quando si disquisisce su di un qualsiasi argomento è essenziale, anzitutto, intendersi sulle parole che si usano. Il significato della “Parola” è importante; ma assai spesso le parole che correntemente, “culturalmente”, si adoperano con un senso, ne hanno uno molto diverso. Sarà opportuno qualche esempio, per eliminare ogni equivoco.

Il vocabolo “eternità” indica propriamente una delle forme proprie della rappresentazione divina, quindi il tempo infinito, senza principio né termine, ovvero cosa che non ha avuto principio né avrà fine, che è durata e durerà sempre. Va da sé che l’aggettivo “eterno” condivide i medesimi significati e nulla più; ma, per adeguarlo a certe necessità dogmatiche, si è proceduto ad un’aberrazione del significato, per cui risulta eterno anche ciò che ha avuto un principio e che “si presume” non abbia una fine, come la pena infernale dell’anima dannata. Ma il vocabolo deriva dal latino “aevitas”, che indica con precisione l’estensione del tempo al di là dei limiti umanamente concepiti, distinto da “aetas”, con cui si indica il tempo entro i limiti umanamente concepiti. È vero che le distinzioni sono sottili, ma la Conoscenza è fatta di queste sottili distinzioni: la più sottile delle distinzioni, come si apprende dalla corretta lettura della Gnosi, insegnata da Cristo e insuperabilmente illustrata da Dante Alighieri, è quella che, se non osservata, emargina le anime dal mondo spirituale, relegandole penalmente nel metafisico, ambiti volgarmente definiti come Paradiso e Inferno. Trovandosi a dover fare i conti con tali aberrazioni, un autore preciso come l’Alighieri, per il quale le sottili distinzioni sono una costante della poetica, ricorre all’ennesima sottigliezza, dando ad “eternità”, quando intesa entro i limiti umanamente concepiti, un significato che le è comunque proprio, ovvero quello di “tempo indefinito” e quindi di “condizione che dura indefinitamente”. Come si può notare, siamo ben lontani dal pressappochismo e dalla grossolanità della “cultura”, superficiale, distratta, disattenta, votata all’errore, per la quale il significato della “Parola”, del “Logos”, ha perduto ogni valore, spogliandosi “di grazia e di verità”, e trasformandosi in vana logorrea. Siamo ben lontani dalla Conoscenza di chi scriveva: “Nel principio era la Parola [Logos o Verbo], e la Parola era con Dio e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio (…) E la parola è stata fatta carne ed ha abitato un tempo fra noi, piena di grazia e di verità” [“Giovanni”, 1; 1-2/14].

Passiamo alla parola “Tradizione”, che il culturalismo moderno traduce con trasmissione nel tempo di notizie, opinioni e usanze, complesso di testimonianze o consuetudini; per cui si ritiene “tradizionale” tutto ciò che viene dal passato o che da qualche tempo viene ripetuto, come una fiera o una sagra paesana, una manifestazione folcloristica, una torta, ecc. ecc. Ma il vocabolo deriva dal latino “traditus”, che significa “dato, consegnato”; per cui “tradizionale” è “ciò che è stato consegnato”, e la “Tradizione” sta a significare “Tutto ciò che è stato consegnato”, con preciso riferimento a “ciò che è stato consegnato” dal Principio, dall’origine, da Dio, all’uomo, nel momento della sua definizione, ossia all’incipit della sua specifica esperienza terrena. Trattasi quindi dell’intero bagaglio essenziale dell’uomo spirituale, che egli si porta appresso nella sua incarnazione e al quale potrà costantemente rifarsi per non sbagliare, per evitare l’errore. Pare ovvio che, in tutto questo, la sagra del paese o il panettone di Natale non c’entrino per nulla; per cui noi, a tutto ciò che non concerne questa consegna divina e la sua corretta trasmissione ereditaria di generazione in generazione, attribuiamo correttamente l’appellativo di “convenzionale”. “Convenzione” è infatti la precisa definizione per un’opinione non corrispondente al vero, ma alla quale per concordato si conferisce parvenza di verità.

Si sente dire, nel mondo della “cultura”, che la lingua è una cosa viva e che queste “mutazioni” conseguono alla evoluzione del linguaggio. Formalmente è esatto, ma sostanzialmente non è il linguaggio ad evolversi, bensì il cervello umano a scadere, e le sue funzioni a decadere e tralignare, per progressiva carenza di apporti esterni e di determinazione interiore. Il sistema esistenziale fa di tutto perché ciò avvenga, perché l’uomo adoperi il proprio cervello sempre di meno, venendo demagogicamente suggerito in tutto e per tutto sul da farsi, causa prima dell’impigrimento mentale e caratteriale.

Altri vocaboli, degradati per significare concetti sostanzialmente antitetici, ci aiutano nella comprensione del processo di degradazione del cervello, della sua attività e dell’espressione di questa attività. Il “Medioevo” è, culturalmente, l’equivalente di “ignoranza e superstizione”, mentre è stato il periodo in cui l’uomo, pure insidiato nella sua voglia di riscatto dalle religioni “rivelate”, ha dato il meglio di sé in fatto di Conoscenza, riscattando addirittura la recessione classica. La “cultura” insegna che la società umana ha cominciato a emergere dall’oscurantismo medioevale con il movimento culturale opportunamente chiamato “Rinascimento”, che, al contrario, è subentrato a determinare “l’agonia” per tutto quanto di buono il Medioevo e la breve parentesi umanistica avevano rappresentato. Non è questa la sede per approfondire tale concetto, ma sarà sufficiente dire che il Rinascimento ha proposto la supremazia del formalismo, dell’artificio e dell’estetica a detrimento della sostanza; in pratica ha dirottato autorevolmente il pensiero, dalla preminenza dell’essere, a quella dell’apparire.

Il processo di degrado ebbe la sua apoteosi con “l’Illuminismo”, che ha posto la pietra tombale sulla davvero splendida Conoscenza medievale. Per sua definizione, “l’Illuminismo” avrebbe dovuto portare “la luce”; di fatto stese sull’umanità la tenebra più spessa, provocando il distacco della razionalità dall’etica, che quantomeno, nel Rinascimento, avevano continuato a convivere. Con il populismo e la massificazione, l’attività intellettuale è stata messa in pensione e dalla preminenza dell’apparire sull’essere si è passati a quella sovrumanamente devastante, dell’avere sull’essere. Frustrato nella sua attività primaria, l’intelletto, privato di ogni e qualsiasi valido punto di riferimento esterno, si è rifugiato nel “Romanticismo”, travisando totalmente qualunque concetto sapienziale in un coacervo di stupidità, di banalità e di becero qualunquismo istintuale, nell’ambito del quale è persino diventato sublime “perdere la testa”.

Per assurdo il “Decadentismo”, in cui l’abiezione ha toccato il fondo dell’idiozia istituzionalizzata, inneggiando alla “estetica del vuoto assoluto”, ha provocato un principio di reazione inversa, contravvenendo di fatto alla sua stessa definizione. Come si osserva facilmente, qualunque cosa dica o faccia, la “cultura” sbaglia e insegna a sbagliare, perché ha perduto il significato del “Logos”. E, se la ricerca della “parola perduta” sarebbe comunque non stata facile all’uomo sulla terra, oggi è più difficile che mai, perché si vuole, si esige, e si fa di tutto perché siano sempre più rari coloro che possano gestire la “buona volontà” di ritrovarla.

In cambio è stata proposta la “Rivelazione”, altro termine del quale, per demagogico opportunismo, si è stravolto il significato, partendo dal verbo di riferimento “rivelare”.

Il prefisso “ri” (“re” in latino), in italiano e senza eccezioni, esprime “ripetizione”: ridire = dire due volte, risalire = salire un’altra volta, rifare = fare per la seconda o terza volta, ecc.; può anche indicare il “ritorno ad una fase anteriore”: riacquistare = acquistare ciò che già si possedeva dopo averlo perduto, rialzare = alzare ciò che già era alto e si era abbassato, risanare: dare la salute a chi era sano e si era ammalato. In questo panorama “assoluto”, soltanto il verbo “rivelare” starebbe ad indicare il contrario di quello che il prefisso implica. Se lo intendiamo nel senso di “ripetizione”, esso non può che significare “velare una seconda volta”; se lo intendiamo nel senso di “ritorno ad una fase anteriore” non può che significare “l’apposizione di un velo che c’era e che era stato momentaneamente tolto”, ovvero il ripristino dell’originaria condizione di velatura. Mai, in ogni caso, “rivelare” può significare “svelare”. In latino abbiamo il verbo “revelare”, che arbitrariamente e solo in conseguenza della consuetudine indotta, viene tradotto con “svelare, scoprire”, perché, in realtà, quando è usato dai vati latini, esso indica il ripristino di un velo che era stato tolto. Infatti, quando vogliono addurre il significato di svelare, i vati latini usano “aperire, patefacere, indicare”. È profondamente errato suggerire la traduzione di “patefactio” e “declaratio” con “rivelazione” (il cui significato corrente, “culturale”, è frutto di una mistificazione), perché essi significano “svelamento” o “svelatura”. Del resto, come già in Latino, anche in Italiano abbiamo i due verbi: “rivelare” (che noi scriviamo sempre ri-velare), per significare “il ripristino del velo o il velare una seconda volta”; e “svelare”, con prefisso negativo “s”, per significare “la privazione del velo”. Analogamente abbiamo, in Francese, “révéler”, per significare “il ripristino del velo o il velare una seconda volta”, e “dévoiler” per significare “la privazione del velo”; e, analogamente, in Spagnolo, abbiamo “revelar”, per significare “il ripristino del velo o il velare una seconda volta”, e “quitar el velo” per significare “la privazione del velo”. Si noterà così facilmente, nel gruppo delle lingue neolatine, che il vocabolo di estrazione sapienziale, indicante il “ripristino del velo”, resta sempre lo stesso: Lat. “revelare”, It. “rivelare”, Fr. “révéler”, Sp. “revelar”, mentre quello indicante la “privazione del velo” non segue la stessa logica e cambia indifferentemente: “patefacere, svelare, dévoiler, quitar el velo”. Poiché questa coincidenza è tutt’altro che casuale, si potrà osservare come la sostanziale identità del termine, nelle varie trasposizioni linguistiche post-medioevali, rifletta con grande evidenza l’incorruttibilità nel tempo della filosofia della Tradizione e della Gnosi, nell’indicare l’esistenza di quel velo, sotto il quale la Conoscenza da sempre si cela, perché la sua conquista da parte dell’uomo sia voluta e determinata da un atto probatorio di dignità. Il che non si può certo dire delle dottrine “rivelate”, ovvero “exoteriche”.

Per queste anche il significato della parola “Guerra”, a prescindere dalle varianti lessicali, merita qualche attenzione. Per la “Conoscenza” c’è una sola “guerra”, vocabolo con il quale si identifica il combattimento interiore, che l’uomo deve sostenere per affrancarsi dall’errore e conquistare la Conoscenza che gli dischiuda la Verità; una “guerra” assolutamente incruenta, vittima della quale è soltanto l’eccesso della componente materiale nell’equilibrio armonico della propria, individuale costituzione umana; una “mortificazione” assolutamente interiore, esoterica, dalla quale rinasce vittorioso l’individuo che si è “salvato”, ovvero ha riacquistato la sua perfetta “salute mentale”. Per la “cultura”, promossa, incentivata e sponsorizzata dalle dottrine exoteriche, la “guerra” è, al contrario, uno strumento di morte fisica, di distruzione del prossimo, di annientamento fisico, che, se da un lato viene presentata come un flagello e la peggiore di tutte le afflizioni dell’umanità, dall’altro viene ingentilita in ogni modo e giustificata; per cui esiste la “guerra di liberazione”, la “guerra chirurgica” e la “guerra preventiva”; la “guerra infame, orrenda ed esecrabile” è solo quella che fanno “gli altri”, mentre quella che facciamo noi è la “guerra necessaria”. Ma questo è ancora niente, perché questa “guerra”, cui non bastano le definizioni e le aggettivazioni più abnormi che si possano associarle, viene definita, dai portatori delle “dottrine rivelate”, come “santa” e che “Dio vuole”. E qualcuno si domanda se a volerla sia quello stesso Dio che una pagina prima era stato definito “bontà infinita”: “Lo dico a coloro che sono presenti qui; lo farò sapere a coloro che sono assenti; ma è Cristo che lo comanda. A coloro poi che, partiti per questa guerra santa, perderanno la vita sia durante il percorso di terra, sia attraversando il mare, sia combattendo gli idolatri, saranno rimessi per questo stesso fatto tutti i peccati: tale prezioso privilegio io lo concedo loro in virtù dell’autorità di cui sono investito da Dio stesso… Dieu le volt!” [Fulcherio di Chartres, “Historia Hierosolymitana”, estratto dell’appello di papa Urbano II ai baroni nell’indizione della Ia crociata, Concilio di Clermont, 27 novembre 1095]. “Il grido di <<Dio lo vuole>> rispose da ogni parte al suo appello e fu ripreso da Urbano stesso che ne fece il grido di adunata generale e chiese ai futuri soldati di Cristo di marcarsi con segno della croce” [René Grousset, “L’epopea delle crociate”, I]. Ma nessun Dio vuole “questa guerra”, e Gesù non aveva mai voluto soldati e non aveva fatto “questa guerra”, neppure a coloro che avrebbero voluto vederlo morto, come testimonia l’episodio nell’Orto degli Ulivi, al momento della sua cattura. Ma questa è la guerra “culturale”! E come ci si può meravigliare o scandalizzare se oggi qualcuno, indotto alle medesime certezze, si imbottisce di esplosivo e attua la propria “guerra santa culturale” per conquistarsi il Paradiso?

Quanto poi valgano le promesse di un uomo con la pretesa d’impegnare la volontà di Dio, Dante lo dice senza nemmeno ricorrere al velo, indicando emblematicamente in un papa “Lo prence de’ nuovi farisei” [“Inf.”, XXVII; 85], nell’atto di promettere a Guido da Montefeltro l’assoluzione per una colpa; impegnativa che poi Dio si è “logicamente” ben guardato dall’onorare, perché nessuna “guerra culturalmente intesa”, ancorché reclamizzata “santa”, potrà giammai garantire il Paradiso ad alcuno, bensì la dannazione.

Ed eccoci alla “parola” più demagogicamente viscida e insidiosa, subdola e fraudolenta, inventata dal convenzionalismo: la parola “cultura”, con la quale convenzionalmente si indica un “complesso di cognizioni trasmesse e sistematicamente usate”, e con la quale tout-court e con esorbitante malizia s’identifica il “sapere”.

L’uomo “colto”, è infatti colui che “possiede e usa in modo sistematico un complesso organico di cognizioni”. Chi ha una “profonda cultura” s’identifica di fatto con “colui che sa”. Questo è un concetto profondamente errato. Nei tomi di lessico la definizione si presta facilmente all’equivoco, perché, se da un lato si dice che questo “complesso di cognizioni” può essere “caratteristico di un gruppo sociale, di un popolo o a un gruppo di popoli”, si aggiunge pure che può appartenere “all’intera umanità”. Ma la cultura non appartiene affatto all’intera umanità. La cultura è infatti quel “complesso di cognizioni” tutt’altro che universali, i cui diversi aspetti appartengono a parti grandi o piccole dell’umanità, e che non raramente sono del tutto in contraddizione fra loro. Il vocabolo “cultura” dal latino “cultura”, che significa “coltivazione”, comprende tutte le cognizioni “relative” di un gruppo sociale, ovvero le “cognizioni convenzionali”, cui si è pervenuti tramite un processo di degrado storico di quello che avrebbe dovuto essere il “Sapere originario”. A causa di questo processo, il “Sapere originario”, questo sì patrimonio univoco e comune all’intera umanità, si è differenziato sempre più profondamente, fino a prospettarsi antitetico, non soltanto con i concetti originali, ma anche nei rapporti tra le diverse forme in cui si è espressa la degradazione. Non a caso si dice correntemente “la cultura di quel popolo”, per non parlare dei “conflitti culturali”.

Più semplicemente diremo che la legge che dovrebbe governare l’umanità, e che sta a fondamento della sua origine, è una ed una soltanto; mentre in pratica le varie comunità in cui l’umanità si è frazionata e distinta hanno leggi diverse e sovente in contraddizione le une con le altre. La ritenzione della legge che sta a fondamento dell’intera umanità, dicesi “Conoscenza”, “Sapienza” o “Gnosi”, e chi la possiede è un Iniziato alla Verità; mentre l’insieme delle molteplici cognizioni conseguenti al degrado rappresenta il “patrimonio culturale”; chi possiede questo “patrimonio culturale” è in possesso di una marea di cognizioni inutili, perché non possiede la Verità, a cominciare da quella essenziale, che riguarda la motivazione dell’esistenza.

Profondamente diverso è anche l’approccio e l’atteggiamento riservati alla “cultura” e alla “Conoscenza”. La “cultura” s’insegna; la “Conoscenza” si conquista. La “cultura” è uno strumento di prevaricazione dell’uomo sull’uomo; la “Conoscenza” è uno strumento di riscatto dell’uomo dalla sudditanza, sia nei confronti di altri uomini, sia in quelli dell’errore in sé. La “cultura” s’impone; la “Conoscenza” si sceglie. La “cultura” abbisogna di una struttura organizzata per essere divulgata e propagandata; la “Conoscenza” basta a se stessa e aborre ogni tipo di organizzazione divulgativa. La “cultura” massifica, la “Conoscenza” individualizza. La “cultura” chiede sempre qualcosa in cambio della sua divulgazione; la “Conoscenza” non chiede mai nulla. La “cultura” avvilisce la ragione umana, prostituendola; la “Conoscenza” esalta la ragione anche oltre il suo limite fisico, nella trascendenza. La “cultura” diffonde demagogicamente alle masse l’opinionismo e quindi l’errore; la “Conoscenza” eleva il singolo alla Verità. La “cultura” è diventata col tempo un mezzo di potere materiale; la “Conoscenza” è sempre stata il mezzo assoluto del potere spirituale.

Come si può dedurre da queste semplicissime osservazioni “cultura” e Conoscenza” sono antitetiche e finalmente rappresentano rispettivamente la “falsità” e la “Verità”. Infatti, se c’è una cosa che esula radicalmente dal concetto di Verità è il “pluralismo”, essendo la “Verità” costituzionalmente unica; diversamente la “cultura” è farcita di quel “pluralismo”, che inibisce la distinzione della Verità in un coacervo di scelleratezze. Eppure, come è ben noto, la “cultura”, dopo un lungo periodo di autarchia, in cui fu imposta con ogni mezzo subdolo o violento, ribellandosi ai propri stessi supporter, è passata all’estremismo opposto, e, soprattutto nella sua versione “moderna”, ha fatto del “pluralismo” il proprio vessillo, e dell’“opinionismo” un’onorata professione. Il suo fiore all’occhiello è rappresentato dall’essere riuscita a convincere il populismo beota che la verità è molteplice, che esistono più verità, e che tutte vanno rispettate, ancorché danneggino l’uomo.

Questa “cultura”, indica lo “scopo dell’esistenza umana” nel raggiungimento del benessere fisico, legato alle fortune terrene, al riconoscimento di valori che non hanno alcun senso, come il “successo” a qualunque costo, il “denaro”, e il “largo consenso”. Questa cultura ha sostituito il principio dell’essenza con quello dell’apparenza, mischiandolo subdolamente ai valori della famiglia, di sua recente invenzione; del mercato, panacea invisibile; e dell’amore per il prossimo, mai bene identificato, dal momento che di lui si parla solo nelle manifestazioni dei mass media.

Indipendentemente dalla deliberata o meno volontà di nuocere altrui, la “cultura” è pertanto fondata sulla “falsità”, e coloro che la distribuiscono, nella migliore delle ipotesi e fatta salva la loro “buona fede”, sono degli inconsapevoli distributori di falsità, mischiate a mezze verità e a del tutto improbabili invenzioni. La sua distribuzione avviene attraverso programmi preconfezionati e accortamente stabiliti, secondo gli interessi del gruppo sociale che ne possiede la gestione, ed è proposta in modo tale che la sua assunzione avvenga senza possibilità di scelta: per essere promossi, a scuola, è necessario infatti esibire la memorizzazione dell’insegnamento del professore, che a sua volta ha svolto i programmi che gli sono stati imposti. Non c’è scelta: l’accettazione sociale è subordinata a tale comportamento, e la deroga comporta l’emarginazione.

L’imposizione scolastica di concetti che, se disattesi, provocano la nostra bocciatura e la nostra esclusione, comporta, quale legittima e individuale autodifesa, l’esclusione della possibilità che vi possa essere una risposta diversa, e si è quindi volutamente inibiti a concepirne una diversa versione; ed è chiaro e notorio, che risposte diverse ve ne sono in abbondanza; ma la cultura, non solo induce a ritenerne una soltanto, ma obbligatoriamente inferisce che quella sia l’unica esattamente vera, rispetto a  tutte le altre che potessero magari proditoriamente venire in mente. Si tratta, come qualunque raziocinante può facilmente comprendere, di una vera e propria “contraffazione dei valori”, quando non addirittura della loro “inversione”.

Chi insegna e propaganda questo tipo di cultura si è arbitrariamente appropriato della gestione della Conoscenza, che è patrimonio dell’umanità e non di qualcuno in particolare; poi, nell’incapacità di ritenerla, o nella riconosciuta sconvenienza materiale a perseguirla, ha cercato di inibirne il più possibile l’accesso a chiunque, alterandone il senso per il tornaconto materiale proprio e della casta di appartenenza, e si è prodigato per gettare su di essa una repellente cortina fumogena, inventandosi di sana pianta l’opportuno concetto culturale di “mistero”, quale paravento della propria abissale ignoranza.

La parola “mistero” è convenzionalmente definita a significare “un fatto o un fenomeno inspiegabile razionalmente”. In ambito cattolico essa definisce “una verità soprannaturale che non può essere conosciuta mediante le forze naturali dell’intelligenza umana e la cui esistenza è stata comunicata all’uomo per mezzo della rivelazione divina e proposta a credersi come oggetto di fede”. In questi due riporti, rintracciabili con perifrasi diverse in tutti i dizionari e le enciclopedie culturali, ci sono più corbellerie che parole. La più grave di tutte, che accomuna la spiegazione religiosa a quella laica (di fatto un’estensione della precedente), consiste nella ritenzione del concetto esclusivamente culturale, per cui la ragione umana è incapace di spiegarsi la fenomenologia universale. L’intelletto, che contraddistingue la specie umana e che deve essere ritenuto il solo mezzo di comprensione e di comunicazione universale, è considerato una sorta di meccanismo imperfetto quando si tratta di speculare le cose che maggiormente interessano e sono utili alla vita del proprio portatore, che è l’individuo umano. In realtà, l’intelletto è potenzialmente strutturato in modo da poter comprendere “tutto” nel senso più totale ed assoluto del termine; ma c’è chi ha interesse a che “tutti gli uomini non comprendano tutto”, e la gherminella è ovviamente assai facile da smascherare: se “tutti gli uomini comprendessero tutto” non servirebbero più coloro che si arrogano il diritto di spiegare agli altri come stiano certe cose, traendone iniqui vantaggi; questo è il motivo per cui, sfruttando per secoli la pigrizia delle menti, si sia usato ogni tipo di mezzo lecito e illecito, per cementare nei più l’autoconvinzione che la propria mente sia buona solo per seguire gli interessati e demagogici sproloqui altrui. In altre parole: la mente non può penetrare il mistero ritenuto inconoscibile, ma deve ritenere valida una delle varie spiegazioni del mistero stesso, fornite dai predicatori di fede, che lo hanno tradotto in dogma.

Un’altra immensa corbelleria, riferita nei precedenti estratti, riguarda la definizione di “verità soprannaturale”, il che ovviamente sott’intende che esistano almeno due tipi di verità, di cui una naturale e una sovrannaturale, il che è logicamente impossibile, essendo la Verità unica e il suo concetto “autoaggettivante” in senso unico [cfr.: G. M. Ferretto, “Dante e Nostradamus”, “L’antefatto” – “Aperto con Dante a Chinon il testamento segreto dei Templari”, 2 – “P. L. A. C.”, VI; “Pur”, XV; 39-46, comm. es.]. Non esiste una “verità soprannaturale” diversa da qualche altro tipo di verità: esiste la Verità, e la Verità è apoditticamente raggiungibile dalle “forze naturali della mente umana”, che è specificamente strutturata proprio per questo scopo precipuo; indistintamente, gli altri usi che si possano fare della mente sono “tutti” in subordine a questo.

Del tutto palese, a chi abbia letto con attenzione in precedenza, è la corbelleria relativa all’utilizzo religioso della parola “rivelazione”, per non parlare della “rivelazione divina” culturalmente intesa. I demagoghi hanno voluto far credere che un certo dio fazioso, che sta da qualche parte a macchinare disgrazie a detrimento del genere umano, si sia attivato per ispirare a certi uomini, e solo a quelli, la verità delle cose, contravvenendo al proprio stesso principio per il quale tutte le creature, e in particolare tutti gli uomini, sono uguali per lui. Avrebbe fatto la stessa fatica a fare in modo che il messaggio arrivasse a tutti indistintamente e avrebbe così risolto il problema all’origine. Certo, quel tale dio così lo avrebbe risolto; ma avrebbe anche mandato a spasso tutti i venditori di menzogna dell’universo… e sono tanti! Purtroppo, ancora di più sono coloro che ad essi prestano fiducia. Basterebbe che nessuno li badasse e costoro cesserebbero di esistere.

Procedendo, la vetrina delle corbellerie ci propone proprio questa situazione: dio, infatti, non ha comunicato “all’uomo” (singolare collettivo) la propria presunta rivelazione, ma sono stati altri uomini a farlo… e qui sta il nocciolo del problema, sul quale la superficiale passività delle masse pigre e ignoranti non si ferma neppure un istante a riflettere; ma accetta incondizionatamente la “proposta a credersi come oggetto di fede”, per il semplice fatto che tutto questo è comodo e facile, mentre andare alla ricerca individuale della Verità è faticoso, duro, scomodo e difficile.

Come giustamente appare dalla nostra logica espositiva, tutto parte dalla degradazione, inizialmente voluta e imposta, del significato della parola “Mistero”, che, originariamente, non significa affatto quello che abbiamo sopra riportato nella vetrina delle corbellerie; e pur, tuttavia, anche menti meno soggette all’influenza culturale non sfuggono al plagio generalizzato e ne suggeriscono un senso concettualmente errato: “Il termine «mysterion» deriva dal greco «myo», tacere, tenere la bocca chiusa, per cui «mystes», l’iniziato ai Misteri, è per definizione colui che tace. Erodoto fu il primo a ritenere che il silenzio e il segreto fossero un’imposizione, e a lui risale la convinzione che chi rivelava i Misteri doveva espiare con terribili castighi” [“Dimensione X”, IX, “Le iniziazioni e i misteri”]. Chi scrive non è evidentemente uno sprovveduto in esoterismo, ma, culturalmente viziato, sta ugualmente ammannendo un errore.

Tutto appare molto chiaro, se si sa che le due cose, il “mistero” e la “Verità”, sono così strettamente connesse tra loro da poter essere considerati dei sinonimi, come lo erano nella concezione esoterica del greco antico “mystérion”. La parola si origina nel segno “M” (ם), materno, femminile e indizio di tutto ciò che nel mondo fisico è fecondo e formatore; dal radicale “ISH” (יש), “radice da cui discendono tutte le idee di realtà, di sostanzialità; è, in generale, l’essere sostanziale ed effettivo” [“L. E. R.”];  e dal radicale “THR” (תר) estrinsecante “in senso ristrettissimo la modalità, in senso restrittivo ogni specie di fusione, di distillazione” [ibidem]; in senso strettamente letterale, essa pertanto significa “la modalità con cui l’essere sostanziale è stato reso fecondo e formatore”, implicando, ovviamente, la possibilità di conoscere tale modalità, il che coincide con la Conoscenza di “ciò che in realtà è”, ossia quell’entità da noi espressa con il nome di “Verità” e nell’effetto positivo del suo gnostico svelamento; da non confondere con l’exoterica “rivelazione”, di significato assolutamente antitetico [cfr. G. M. Ferretto, “Il bacio di Dante”, 5, “Dal Ramayana alla Bibbia”; e “P. L. A. C.”, VII; “Pur.”, XXVIII; 41-50, consid.].

Potremo inoltre aggiungere, che nel “corpus” della parola, semanticamente complicata data la sua enorme importanza, è anche riconoscibile il complesso radicale “SHTH” (שת), indicante la profondità, il fondamento, la distillazione per ottenere l’essenza di ogni bevanda, il che ha ampiamente a che fare con il concetto essenziale di Verità, e con i “misteri” di cui parleremo nel corso di questo saggio, nel cerimoniale dei quali incontreremo tutti gli elementi congrui all’esegesi testé svolta, compresa la “bevanda di verità”. Inoltre la vocalizzazione finale in “I” (י), comporta l’immagine del “raggio etereo, luminoso e profumato”; dal che il valore semantico di “mistero” acquista quello tipicamente connesso alla Verità, simbolicamente rappresentata dal “raggio di luce”, che nel mondo dell’essere produce il beneficio conseguente al perfetto accordo tra corpo e spirito, idest tra il fisico e il mentale, che si inviluppano vicendevolmente, riconoscendosi a vicenda, grazie, per l’appunto, al raggio luminoso e benefico della Conoscenza del vero.

Ne consegue che in origine, così come in greco, la parola “mystérion”, tra altri significati affini o corrotti, non significava affatto il “tenere la bocca chiusa”, e men che meno, qualcosa di “inconoscibile dalla mente umana”; ma significava semplicemente: “Verità”. Ecco perché anche oggi, in alcuni luoghi della Grecia in cui è rimasto l’eco della Tradizione, la parola “mystérion” richiama il significato di “alétheia”: “AL” (אל), l’elevazione a Dio; “HÈTH” (הת), il ripiegarsi in se stessa dell’esistenza elementare; “HEI” (הי), l’esistenza elementare: ovvero la “Verità che impedisce all’esistenza elementare di ripiegarsi in se stessa, indirizzandola ad elevarsi a Dio”.

La tradizionale “celebrazione dei misteri”, dunque, non indica nient’altro che la “celebrazione della Verità negli aspetti più essenziali della sua concretezza, per una sua assidua frequentazione”; e, per conseguenza logica e inoppugnabile, il “mystés”, ossia il “celebratore dei misteri”, è colui che, così facendo, “celebra la Verità”. Alla luce di come si debbano comprendere le cose, si capisce bene che tutto il ridicolo, cosparso dalla profanità sull’argomento della misteriologia antica, finisce per ritorcersi totalmente a detrimento di coloro che, ridicolizzando i misteri, si sono trasformati in  “celebratori del nulla”.

“Celebrare”, dal latino “celebro”, significa “visitare, frequentare, andare spesso in un luogo”; se uno ci va spesso, significa che quel luogo è positivo e conviene frequentarlo il più possibile, ragion per cui diventa, per dignità, noto, famoso e degno di essere ulteriormente frequentato; da qui il significato secondario e collaterale di “onorare quel luogo, solennizzarlo, celebrarlo”. È evidente che la “Verità” rappresenta un luogo che merita d’essere frequentato il più spesso possibile, e perciò merita pure d’essere celebrato. Non ha invece alcun senso razionalmente logico la demenziale imposizione dei profani, i quali celebrano “un fatto o un fenomeno inspiegabile”, dunque non conosciuto e ancor meno frequentato, perché viene in questo caso a mancare la giustificazione intrinseca alla motivazione stessa della celebrazione. Questa è semplicemente “logica”.

Ovviamente vi sono moltissime altre parole, che potrebbero costituire un intero dizionario, ad avere subito la medesima sorte culturale; una gran parte di esse è stata trattata nella nostra opera fondamentale “P. L. A. C”, e di alcune di esse e di altre contingentemente proposte tratteremo all’occasione nel corso di questo stesso saggio, perché soltanto restituendo ad esse l’originale dignità fraudolentemente corrotta si può capire veramente la storia, ed estrarre da essa, senza inventare nulla, la semplice Verità.

Molti demagoghi, propagatori di menzogna, invocano la “buona fede”; ma la buona fede di costoro è difficilmente concedibile. Lo sarebbe se, una volta posti di fronte al vero, adeguassero prontamente ad esso il loro comportamento; cosa che gli “apostoli della cultura” di ogni tempo si guardano bene dal fare, nella precisa convinzione che ciò comprometterebbe momentaneamente la loro leadership, farebbe perdere loro indebiti onori ed usurpati privilegi, come con estrema chiarezza ben ci ricordano alcuni passi estratti dai “Vangeli”: “Guai a voi scribi e Farisei ipocriti, perché serrate il regno dei cieli dinanzi alla gente, poiché né vi entrate voi, né lasciate entrare quelli che cercano di entrare… Guai a voi guide cieche! [“Matteo”, 23; 14/16]; “Guai a voi, dottori della legge! Perché avete preso la chiave della scienza, ma non siete entrati voi e lo avete impedito a quelli che volevano entrare” [“Luca”, 11; 52]. Costoro: “Legano de’ pesi gravi e li mettono sulle spalle della gente; ma loro non li vogliono muovere neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere osservati dagli uomini: difatti allargano le loro filatterie ed allungano le frange de’ mantelli; ed amano i primi posti ne’ conviti e i primi seggi nelle sinagoghe; e i saluti nelle piazze e d’esser chiamati <Maestro!>” [“Matteo”, 23; 4-7]. Sostituite “filatterie” con “lauree”, “frange de’ mantelli” con “toghe, nappi o coppi”, “seggi nelle sinagoghe” con “cattedre nelle scuole” di ogni ordine e grado (specialmente università), e avrete i gestori della cultura attuale, coloro che “amano d’esser chiamati <Maestro!>”: i “professori”, i quali, intrisi di vanagloria, godono d’essere “salutati nelle piazze”, ovvero applauditi per le corbellerie che dicono ad ogni apertura della bocca, e che salgono in cattedra a dispensare della verità, sulla quale ne sanno meno della cosa di un asino. “Essi divorano le case delle vedove, e fanno per apparenza lunghe orazioni. Costoro riceveranno una maggior condanna.” [“Marco”, 12; 40]; ”Essi divorano le case delle vedove e fanno per apparenza lunghe orazioni. Costoro riceveranno maggior condanna” [“Luca”, 20; 47].

Come si diceva, diversamente dalla “cultura” da bordello, comprabile in molti modi (e, proprio perché acquistabile, priva di ogni valore reale), la “Conoscenza” è un fatto di conquista, difficile e ardua conquista, esclusivamente individuale; e c’è un solo modo per farla propria, un solo sentiero da seguire, una sola strada da percorrere, senza alcun “pedaggio” da pagare. In questo percorso le parole hanno sempre il loro preciso significato, in rapporto al contesto in cui vengono usate. I princìpi sono sempre gli stessi, inalterati dall’inizio della storia dell’uomo, e per questo comprensibili in ogni tempo e in ogni luogo, a prescindere dagli sconvolgimenti della vicissitudine umana. Universale il linguaggio fondamentale dei simboli, attraverso il quale la Conoscenza si esprime, che consente ad ogni segno sapientemente tracciato di essere ricondotto, dal lettore iniziato, alla valenza assoluta del suo intrinseco e preciso significato.

Per la “Conoscenza” lo “scopo dell’esistenza umana” è ben diverso da quello inteso dalla “cultura”. Per la “Conoscenza” questo scopo s’identifica nella “prova di dignità”, che l’individuo deve affrontare per dimostrarsi degno di essere il “figlio di Dio”, al fine di riedere colà d’onde è venuto, realizzando il suo ciclico ritorno all’origine. Ma è impossibile tornare all’origine, al luogo di partenza, se non si sa da dove si è partiti e senza la consapevolezza che lo scopo della propria attività è finalizzato a questo ritorno. “Scopo dell’esistenza umana”, per la “Conoscenza”, è quello di pervenire alla risposta ai tre quesiti fondamentali che la tormentano: “chi sono, da dove vengo e dove vado”, che si sintetizzano nel sintagma oracolare “Conosci te stesso”. Per questo è necessaria soltanto una cosa: “sapere”. Scopo dell’esistenza, per la “Conoscenza”, è quello di vivere nel miglior modo possibile l’esistenza nel mondo manifesto, il Paradiso terrestre, nel quale l’individuo deve fare soltanto tre cose: mangiare, imparare e amare, che meglio definiremo identificando “l’arte di vivere”, ovvero “l’esecuzione a regola d’arte del mestiere di vivere”, nell’esercizio di tre applicazioni: esercitare la propria attività sessuale, trattandosi della fonte energetica primaria all’esistenza, e quindi provvedere all’alimentazione delle due componenti dell’essere, la materiale e la spirituale, con la rispettiva, adeguata alimentazione: i prodotti della natura per l’alimentazione fisica, dando al corpo tutto quanto di cui abbisogna per conservarsi dignitosamente nel miglior modo possibile, evitando tutto quanto gli possa essere dannoso; i prodotti della Sapienza per l’alimentazione dello spirito attraverso l’esercizio dell’intelletto e della ragione, evitando pure in questo caso tutto quanto possa ad essi essere dannoso. Tutto quanto, nel corso della propria vita, l’individuo faccia oltre o in contrasto con queste tre cose è inutile, superfluo, dannoso, sconsiderato, fatale e afflittivo. E non c’è dubbio che, avendo l’umanità stravolto il proprio Paradiso terrestre, il suo comportamento sia stato esattamente antitetico ai princìpi che avrebbero dovuto regolarlo.

Non c’è dubbio che un mondo che funziona in modo tale, per cui la maggior parte degli individui che lo compongono, si è completamente rassegnata a considerarlo così come oggi viene spacciato, senza neppure essere sfiorata dall’idea che ci possa essere un’alternativa, è un mondo irreale, non vero, obbrobriosamente fantastico: per dirla con la Tradizione, è un mondo di dormienti che credono di essere svegli, i quali agiscono in un certo modo convinti di fare il proprio interesse, senza accorgersi di ottenere uno scopo esattamente contrario: “Vi è la guerra in questo momento. Cosa significa? Significa che molti milioni di addormentati si sforzano di distruggere molti milioni di altri addormentati. Si rifiuterebbero di farlo, naturalmente, se si svegliassero” [P. D. Ouspensky, “Frammenti di un insegnamento sconosciuto”, VIII]. Il risveglio dal sonno dell’imbecillità è possibile soltanto percorrendo la strada della Conoscenza, che è difficile, ardua, lunga e capace di mettere a dura prova la buona volontà di chiunque; ma per chi la percorra, è di una bellezza e di una gratificazione sconvolgente, che supera ogni possibile immaginazione. Non a caso si parla di una “rinascita”.

 

Ultimo aggiornamento Sabato 08 Ottobre 2011 02:15
 
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